Cosa si
intende per "no copyright"?
Il copyright è
un'esclusiva sull'uso e la riproduzione di un'opera dell'ingegno. Nato per
tutelare autori ed editori, risulta spesso troppo vincolante, lesivo dei
diritti dell'acquirente e nocivo per il mercato. Per questo gli autori "no
copyright" rinunciano del tutto a questo diritto. Il rischio è che qualcuno
arrivi, prenda l'opera, ci metta sopra il suo copyright e ne vincoli
l'utilizzo a suo esclusivo vantaggio. Per aggirare l'inconveniente è nato il
copyleft (dove "left", "sinistra", si oppone a "right", "diritto" ma anche
"destra"). Il copyleft può essere considerato una forma particolare di
copyright. Chi lo utilizza, in sostanza, dice: i diritti di copia di
quest'opera sono miei, ma io desidero che chiunque la possa riprodurre e
copiare senza chiedermi il permesso, a patto di non vincolarne ulteriormente
l'utilizzo. In pratica, se io prendo un testo copyleft e lo pubblico sulla mia
rivista, non devo domandare il permesso a nessuno, ma devo esplicitare, in
fondo al testo, che chiunque altro può utilizzarlo, perché, appunto, non mi
appartiene.
Da
anni, scrivete con un nome collettivo e imponete alle case editrici che vi
pubblicano il no copyright. Potete fare un bilancio in sintesi di queste
vostre scelte?
Più che un no copyright, il nostro è un copyleft. Chiunque può
riprodurre, fotocopiare, utilizzare, scannerizzare, mettere in rete i nostri
libri purché non lo faccia a scopo di lucro. Questo non significa rinunciare
ai diritti d'autore sulle vendite. Il libro, come oggetto, ha un prezzo e su
quel prezzo noi autori percepiamo una percentuale. Il testo, invece, non ha
prezzo. E' libero di circolare. Noi autori lo restituiamo alla collettività,
perché crediamo che senza di essa, senza l'interazione di migliaia di
cervelli, storie, chiacchiere da bar, personaggi e cronache, nessuno potrebbe
scrivere un buon romanzo. Il bilancio, dunque, è molto positivo: i lettori
apprezzano questo atteggiamento e le vendite ne risultano incrementate.
Perché il
copyleft fa anche vendere più libri?
Perché la cultura
dev'essere libera di circolare. I nostri testi sono scaricabili gratis
direttamente dal sito di Wu Ming. Immagina che uno si scarichi il file, se lo
stampi su fogli A4, se lo legga. A scatola chiusa, non gli va di spendere 15
euro di libro. Comprensibile. Se però gli piace, ne parlerà in giro - e il
passaparola è fondamentale. Forse lo regalerà ad amici e parenti: due, tre,
quattro copie che senza quel file gratuito non avresti mosso dalle librerie.
Un
potenziale lettore scarica un romanzo "free" dalla Rete perché ne è
incuriosito. Poi, se gli piace, corre a comprarselo in libreria perché il buon
vecchio libro è sempre il modo più facile e piacevole per leggere. Nel caso
della musica, invece, il cd pirata sostituisce in toto quello originale, che
non viene comprato: è possibile sostenere che il copyleft fa bene al mercato
editoriale e male a quello musicale?
Nel mercato
discografico non si parla di copyleft, piuttosto di file-sharing (condivisione
di file), spesso definito "pirateria", con un termine pesantemente ideologico.
Se questa "pirateria" fa male al mercato discografico è perché il mercato
discografico ha reagito ad essa nel peggiore dei modi. Il male, poi, è
ingigantito: molti scaricano album che non comprerebbero mai e continuano ad
acquistare, anno dopo anno, lo stesso numero di CD. Per un artista l'oscurità
è peggio della "pirateria". Il file sharing può aiutare a farsi conoscere,
alimentare il passaparola, portare ai concerti molto più pubblico pagante. Chi
è già famoso, non è certo a causa di questo che finirà a lavorare in miniera.
Il risultato del file sharing è che si ascolta più musica: dove sta la
minaccia? Io ci vedo solo un'opportunità. L'importante sarebbe saperla
cogliere. Ad esempio: svincolarsi dal supporto CD, pensare siti di qualità,
che diano informazioni, orientamento e permettano di scaricare album a prezzi
ragionevoli. Invece, la ricetta è sempre quella: CD che non si possono copiare
sul computer (e violano un diritto dell'acquirente), minacce ai provider,
software che impediscono la masterizzazione, normative europee come la EUCD,
da poco recepita dal governo italiano, potenzialmente letali per la
trasmissione dei saperi... In una parola: repressione.
I
vostri libri sono scaricabili dal vostro sito più o meno in
contemporanea con la loro uscita in libreria. Immaginate però di essere il
classico scrittore esordiente con il manoscritto nel cassetto;
strategicamente, comincereste con la ricerca dell'editore o con la libera
diffusione dell'opera in Rete?
Spesso per
un'esordiente "essere pubblicato" è una sorta di certificazione di qualità.
Poco importa se l'editore si preoccupa davvero di distribuire il libro e far
conoscere l'autore. Com'è noto, le case editrici che possono avvalersi di una
buona distribuzione e di una certa visibilità, sono anche le meno attente alle
nuove proposte. La Rete può essere uno strumento più diretto, ma anche in
questo caso ci dev'essere una vetrina conosciuta che dia visibilità,
altrimenti un testo diventa la classica goccia nel mare. Molti scelgono di
inviare i loro scritti agli autori che preferiscono. Noi, che attraverso il
sito manteniamo un rapporto molto diretto coi lettori, ci siamo ritrovati
sommersi da opere, spesso anche molto distanti dal tipo di letteratura che più
ci interessa. Allora abbiamo segnalato il problema attraverso la nostra
newsletter. Risultato: alcuni lettori, interessati all'idea, si sono
organizzati sul nostro sito dando vita a I Quindici, un gruppo di 'volontari'
che legge materiale inedito e restituisce pareri. Una specie di campione di
pubblico e di critica. E già in un caso, uno scritto che ci hanno segnalato
all'unanimità è stato proposto a Stile Libero Einaudi e accolto con grande
interesse ( e probabile pubblicazione).
In
una formula, perché il copyleft fa bene alla cultura?
Perché le idee
devono essere libere di riprodursi. Altrimenti diventano sterili e si
estinguono.
Quali sono gli
scrittori famosi che usano la Rete per diffondere o lanciare i propri libri?
Come utilizzano Internet?
Molti usano la Rete come strumento per
'incontrare' i lettori al di là delle pagine di un libro e mantenere il
contatto tra un'uscita e l'altra attraverso interventi di vario genere. Penso
ad esempio al sito di Massimo
Carlotto, molto attivo in questo senso. Qui, il sito dello scrittore
diventa una specie di fanzine continuamente aggiornata. Sono pochi, però,
quelli che cercano di sfruttare appieno le potenzialità della Rete. Penso ad
esempio a Stephen King, che ha fatto vari esperimenti, con alterne fortune. Il
più famoso è il romanzo on-line The Plant. King ne ha scritta la prima parte e
l'ha messa scaricabile dal suo sito. Si poteva scegliere tra scaricare pagando
e scaricare gratis. King avvertiva però che avrebbe scritto il secondo
capitolo solo se una percentuale di download superiore al 70% fosse stata
pagata, come segno di gradimento. Altrimenti stop. La prima parte è stata
pagata dal 78% delle persone. Poi le cose sono andate un po' peggio, per vari
motivi. Chi fosse interessato all'intera storia può consultare, in italiano,
www.horror.it/king
Schematicamente, qual è il rapporto tra computer e scrittura? E' solo
una questione di comodità del taglia-incolla oppure c'è dell'altro?
Come dice Bukowski: "E' più semplice nel buttar giù le parole, è
più rapido nel trasferirle dal cervello alle dita e dalle dita allo schermo,
dove sono visibili immediatamente, belle chiare". Non è solo comodità: c'è una
differenza percettiva. La pagina bianca non è più così spaventosa: scrivi una
boiata pazzesca, la cancelli subito e lo schermo è di nuovo pulito, ordinato,
vergine. Fai una prima stesura, la stampi e la puoi leggere come fossero le
bozze finali, senza correzioni, frecce, sovrascritture ovunque. Così leggi
meglio, più in fretta e più volentieri.
Gabriele
Battaglia